Raccontare i santi

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Congresso del Dicastero per le Cause dei Santi – «La santità nella storia»

Di François Vayne, giornalista e scrittore, 21 ottobre 2026

Grazie, Eminenza, per avermi invitato a partecipare a questo Convegno in qualità di autore di diversi libri dedicati a figure di santità, e grazie a Mons. Maurizio Tagliaferri per avermi contattato a nome del Dicastero.

Il mio intervento è innanzitutto una testimonianza, durante la quale vorrei affrontare tre aspetti del «raccontare i santi». Anzitutto, ciò che mi ha portato a scrivere sui santi e perché lo faccio. Poi, come concretamente procedo nella redazione di questi racconti, su quali basi e in complementarità con il lavoro dei postulatori. Infine, cercherò di mostrare la necessità, oggi, di raccontare i santi, evocando gli effetti di questi racconti nel contesto della società contemporanea.

Attualmente sono direttore della comunicazione dell’Ordine del Santo Sepolcro in Vaticano, per il sostegno alla Chiesa Madre che è in Terra Santa: sono un giornalista francese, nato in Algeria dopo l’indipendenza, in una famiglia che viveva là da sei generazioni. Nato da padre sconosciuto, sono cresciuto, dopo la guerra d’Algeria, nella piccola Chiesa del Paese di sant’Agostino, una Chiesa minoritaria ma molto viva, soprattutto accanto ai monaci di Tibhirine e a Pierre Claverie, questi testimoni del Risorto con i quali ho mangiato e bevuto, con i quali ho riso, pianto e pregato.

Nell’oceano musulmano algerino avevamo tutti come modello Charles de Foucauld, testimone del Vangelo vissuto concretamente, senza grandi discorsi, la cui canonizzazione ci sembrava allora molto lontana a causa delle questioni politiche legate ai suoi rapporti con la colonizzazione.

Questa esperienza algerina, fino alla fine della mia adolescenza, mi ha formato spiritualmente. A contatto con i miei fratelli e sorelle cristiani d’Algeria e con i credenti musulmani che ci circondavano, rivolti insieme verso l’unico Dio, ho compreso che tra la nascita e la morte c’è la fede, oppure nulla!

  1. Perché raccontare i santi?

La scoperta della società occidentale fortemente secolarizzata fu per me un vero shock, quando arrivai in Francia, nel momento delle grandi scelte. A 18 anni fondai quindi un giornale mariano, L’Étoile du Matin, con il sostegno del cardinale Etchegaray, che era il mio vescovo a Marsiglia, per far conoscere ai giovani i santi di Francia, come Benoît-Joseph Labre o Louis-Marie Grignion de Montfort, e il loro comune attaccamento alla Vergine, prima discepola del Figlio.

Così si risvegliò e si confermò in me una vocazione di comunicatore e mediatore al servizio della Chiesa: senza perdere tempo su questa terra, volevo gridare al mondo l’urgenza di una fraternità umana fondata in Dio.

Non è forse lo scrittore René Bazin che, nel 1921, con il suo libro Charles de Foucauld, explorateur du Maroc, ermite au Sahara, mise in luce l’esempio offerto dal Fratello universale? Sulla sua scia, desideravo anch’io, nel mio piccolo, raccontare i santi per aiutare i miei contemporanei, immersi nel materialismo, a imitare Cristo attraverso l’esempio di persone che gli donano la loro vita, oggi come ieri.

«Siate dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi», scrive san Paolo agli Efesini (Ef 5,1). È questo invito di Paolo che cerco di trasmettere nei miei articoli e nei miei libri. La santità non è una storia del passato: la storia santa continua a essere scritta, come nuovi capitoli degli Atti degli Apostoli.

Ero presente alla beatificazione dei miei amici martiri a Oran, l’8 dicembre 2018, e ho potuto gustare i frutti di quella beatificazione accompagnando Papa Leone XIV in Algeria, nell’aprile 2026. Questi beati hanno mescolato il loro sangue con quello dei musulmani durante la guerra civile degli anni Novanta e, grazie a loro, la Chiesa è diventata pienamente algerina. Hanno realizzato il sogno di san Charles de Foucauld!

Il mio libro sui monaci di Tibhirine, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana in occasione della loro beatificazione e riedito quest’anno per il trentesimo anniversario della loro morte, è un’illustrazione del mio impegno di scrittore, che quindi non nasce da un’idea vaga o da un progetto personale, ma da un’esperienza di vita, da un incontro provvidenziale con la santità. Non scrivo per guadagnare denaro o per diventare famoso: per me è un apostolato.

La santità che ho respirato durante gli anni trascorsi in Algeria era presente nella fedeltà quotidiana di persone che continuavano a credere, a servire amando gratuitamente e a sperare, nel cuore di difficoltà indescrivibili. Il loro martirio non è apparso all’improvviso nell’ultimo momento: è stato il coronamento di una vita offerta giorno dopo giorno. Ed è questo che ho accettato di raccontare nel mio libro a loro dedicato, su richiesta del direttore della LEV.

Come ci ha detto Leone XIV durante l’udienza ai partecipanti al convegno del 16 settembre scorso su «Il XXI secolo: un nuovo tempo di martiri?» di questo Dicastero, al quale ho avuto la gioia di partecipare: «La forza evangelizzatrice dei nuovi testimoni della fede rappresenta una delle più grandi risorse della Chiesa per annunciare il Vangelo nel mondo di oggi», secondo la celebre affermazione di san Paolo VI nell’Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi (8 dicembre 1975): «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri […] o se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni» (n. 41).

In realtà, non sono stato io a decidere di raccontare i santi: sono stati gli editori a venirmi a cercare, conoscendo il mio percorso. Tutto è cominciato quando lavoravo a Lourdes, come direttore della rivista e poi della comunicazione del Santuario.

Dopo gli studi di giornalismo, a 23 anni, ero andato a Lourdes per donare un anno della mia vita alla comunicazione della Chiesa, in questo crocevia di fraternità universale. Vi sono rimasto 26 anni.

Lì ho imparato ad amare santa Bernadette andando a sciare con il grande mariologo René Laurentin, ogni anno, nei giorni che precedevano l’11 febbraio, festa di Nostra Signora di Lourdes. Sulle seggiovie mi parlava di Bernadette con tanto amore che avevo l’impressione di averla conosciuta, di aver camminato nei suoi zoccoli.

Un editore, Nouvelle Cité, mi chiese allora di scrivere Prier 15 jours avec Bernadette, nella collana che ha tuttora un grande successo in Francia. Era il 1996.

Per me si trattava di passare con lei dall’apparenza alla trasparenza, per vedere l’invisibile. Questo semplice libro, tradotto in tutto il mondo, persino in cinese, è diventato una sorta di bestseller.

Ho attinto alle fonti storiche su questa santa, con l’aiuto di Père Laurentin e di colui che fu il suo collaboratore e scrittore, Dom Bernard Billet, un benedettino di Tournay, vicino a Lourdes, che ho frequentato molto e al quale mi sono spesso confessato. I direttori dei pellegrinaggi hanno utilizzato ampiamente questo libro per accompagnare i pellegrini alla Grotta.

Ho scritto altri libri su Bernadette, tra cui uno – intitolato Vedere l’invisibile – pubblicato dalla LEV nel 2019, su richiesta del direttore, un francescano conventuale che mi confidò di dovere a questa santa la propria vocazione religiosa.

A partire da questo lavoro sulla veggente di Lourdes iniziato 30 anni fa, altri editori mi hanno contattato, in particolare per scrivere su un martire della Comune di Parigi, Padre Henri Planchat, oppure su una beata che san Giovanni Paolo II presentò nel 1994 come modello per tutti i catechisti, Suor Eugenia Joubert; e anche sulle apparizioni di Maria nel mondo, come a Tre Fontane, nella diocesi di Roma, dove la personalità del veggente, Bruno Cornacchiola, mi ha interpellato per la sua difficoltà a convertirsi nonostante le grazie ricevute.

Non basta davvero vedere la Vergine per diventare santi!

È proprio questo che emerge dai miei lavori: i santi sono coloro che accettano di credere nella notte, che passano dal Tabor al Golgota con discrezione, senza fare rumore. La tentazione di rimanere sul Tabor è terribile.

Raccontare i santi richiede attraversare con loro quello che, nell’arrampicata o nell’alpinismo, sulle nostre belle montagne dei Pirenei, viene chiamato il Crux, il punto cruciale, il passaggio chiave. Una volta superato il Crux, il resto della salita è generalmente più facile.

L’unica via verso il Cielo è quella di Bernadette, che visse la Passione di Cristo nel convento di Nevers, nella più assoluta umiltà.

La santità nella storia è la Passione di Cristo che continua.

San Paolo la riassume in poche parole, che dicono da sole perché raccontare i santi, i quali sono tutti, ai miei occhi, «corredentori» insieme alla Vergine Maria, Nostra Signora dei Dolori: «Do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).

Siamo ben lontani dagli eroi mitologici e dalle star idolatrate di questo mondo che passa.

  1. Come raccontare i santi

 Un vecchio amico, appena morto alla Garbatella, Antonio, coltivava il suo giardino con grande amore e io non trovavo mai il tempo di andare ad aiutarlo, perché scrivevo sui santi…

Il giorno del suo funerale, nel maggio scorso, mentre ero assalito dagli scrupoli, ho sentito interiormente Antonio che mi diceva: «Sai, anche a distanza eravamo insieme, perché raccontare i santi è come coltivare un giardino, il giardino del paradiso che riflette la bellezza di Dio!». Questo mi ha illuminato e consolato.

Raccontare i santi significa anzitutto incontrarli intimamente nel loro giardino segreto trinitario, entrare in amicizia con loro, in una dimensione soprannaturale.

Per questo il legame con il postulatore è essenziale, per avere accesso ai documenti e per tradurre, direi quasi «in musica», questo importante lavoro della postulazione, dandogli un’eco popolare.

Abbiamo bisogno gli uni degli altri, perché la fama di santità della persona in via di beatificazione o di canonizzazione è un’esigenza, e questo passa anche attraverso la comunicazione, specialmente attraverso la scrittura, perché lo credo profondamente: un libro può cambiare una vita.

Così, per scrivere sui monaci di Tibhirine o su Padre Henri Planchat, ho lavorato in tandem con il postulatore di ciascuna causa, andando alle radici, come ho ricercato negli archivi del Dicastero per la Dottrina della Fede quando scrivevo sulle apparizioni della Vergine della Rivelazione a Bruno Cornacchiola e ai suoi tre figli.

Si tratta di un lungo percorso, che assomiglia a una gravidanza di nove mesi: sei mesi di documentazione e tre mesi di scrittura, in media, per quanto mi riguarda.

Naturalmente, questo tuffo nella vita della persona interessata avviene alla luce dell’insegnamento della Chiesa, nell’ascolto dei documenti del Concilio Vaticano II e del dono della chiamata universale alla santità, con l’Esortazione apostolica Gaudete et Exsultate di Papa Francesco (24 novembre 2013), che corona questo percorso mostrando che la santità quotidiana è veramente accessibile a tutti.

«Tutto diventa facile a chi ama», afferma, in questo spirito, la beata Eugenia Joubert.

Io racconto i santi come scriverei un romanzo, tenendo il lettore con il fiato sospeso, affinché possa progressivamente identificarsi con il personaggio, fino a sentire il desiderio di assomigliargli.

Nella vita dei santi c’è sempre un cambiamento decisivo, un momento favorevole che apre la strada alla santità: come quando Bernadette sceglie di lasciare Lourdes per il convento di Nevers dopo sei anni di riflessione; come quando i monaci di Tibhirine scelgono di non lasciare la mano dei loro vicini che soffrono sotto i colpi della dittatura militare; come quando Padre Planchat dice al suo giovane vicario, imparentato con un generale versagliese, di fuggire senza dirgli dove andrà, per prendere il suo posto come ostaggio dei comunardi; come quando Eugenia Joubert comprende che può essere missionaria in Cina pur essendo inchiodata al letto dalla malattia…

Essi hanno scelto di amare una volta per tutte e di smettere di criticare o di lamentarsi per giustificarsi.

Questo kairos può arrivare nella vita di ciascuno di noi. Si tratta di essere fedeli all’appuntamento, di non guardarlo sfuggire, con il rischio di finire in una vita mediocre.

«Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca», dice l’angelo alla chiesa di Laodicea in Apocalisse (Ap 3,16).

In questo slancio di conversione, i santi sono i nostri «personal trainer».

Una conversione, nello sci, è una tecnica che permette di cambiare direzione di 180 gradi per ripartire nella direzione opposta.

Per favorire la nostra conversione, è importante valorizzare le parole del santo o della santa, perché risuonano nel cuore del lettore, che le fa proprie, se ne appropria e finisce, chiudendo il libro, per pensare e pregare allo stesso modo del testimone di Cristo che gli è stato presentato.

  1. Quali sono gli effetti del raccontare i santi?

 Invitato regolarmente a parlare dei beati e dei santi sui quali ho scritto, rimango meravigliato dagli effetti di questi racconti.

Nel mese di settembre sono andato a incontrare tutti i catechisti della Corsica per una giornata sulla beata Eugenia Joubert, alla presenza del cardinale François Bustillo, che aveva accolto Papa Francesco su quest’isola francese, per il suo ultimo viaggio.

Durante l’incontro con i catechisti in Corsica, una di loro, Bénédicte, madre di un collega giornalista, mi ha confidato che i santi ispirano la sua missione di trasmettere la fede molto più dei corsi di teologia che aveva frequentato a Parigi.

Ecco ciò che mi ha scritto:

«Non posso guardare san Pancrazio senza sentirmi fortificata dal suo coraggio, guardare santa Lucia senza dirmi che il mistero del male trova una risposta nel dono di sé… Con loro posso avvicinarmi almeno un poco a Gesù e dirmi che questo mondo, a volte così brutto, è salvato! Quando Papa Francesco è venuto qui in Corsica, ho dovuto difendere la sua presenza tra noi davanti ai miei amici parigini che non la comprendevano. So che la sua volontà era quella di mettere in luce la pietà popolare, nella quale i santi hanno un posto fondamentale. Siamo lontani dalle riletture gesuitiche, nelle quali talvolta ho trovato delle risposte, lontani dai corsi del Collège des Bernardins, che ho seguito con passione. Camminare con i santi mi mantiene in piedi e, anche quando la disperazione mi tenta, ho sempre la sorprendente energia per rialzarmi e continuare ad amare e a perdonare nonostante tutto, per testimoniare il Cristo fino alla fine».

La sua testimonianza si aggiunge a quella di numerosi lettori, che i racconti dei santi sostengono nel vivere la fede.

Come ci diceva Papa Leone XIV alla Basilica di Notre-Dame d’Afrique ad Algeri, il 13 aprile scorso, a proposito in particolare dei martiri di Tibhirine:

«Il loro sangue è un seme vivo che non cessa mai di portare frutto».

Il Santo Padre lo ha sottolineato ancora una volta allo Stade de France, il mese scorso, a Saint-Denis, davanti a migliaia di giovani, esaltando la storia dei santi di Francia affinché essa possa continuare e rinnovarsi. Raccontare i santi affinché suscitino nuovamente la santità era il cuore del suo viaggio in Francia.

Leone XIV ha fatto comprendere ai giovani di Francia che, prima della cura del creato, viene la cura delle anime, perché i nostri gesti nei confronti di ciò che ci circonda possono cambiare soltanto se cambia il nostro cuore.

Ecco perché, a Greta, preferisco Bernadette!

Per concludere, raccontando i santi, ho preso coscienza che essi fanno emergere l’innocenza nascosta, e persino dimenticata, in ciascuno di noi.

Ci insegnano che sapere di essere personalmente amati da Dio ci rende invulnerabili: perché, se Dio mi ama, se Dio ci ama, allora non abbiamo più paura di nulla e di nessuno. Siamo liberati dalla paura che rende schiavi e quindi diventiamo infinitamente liberi.

Come l’Immacolata nel giorno dell’Annunciazione, ciascuno di noi può dire sì al progetto divino, poiché, attraverso la sua mediazione universale, siamo tutti chiamati a diventare «santi e immacolati nell’amore» (Ef 1,4).

Raccontare i santi, per me, infine, è come incoraggiarci a vicenda a nuotare insieme a loro nell’amore di Dio, dal quale sappiamo di essere amati.

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